Un educatore di poche parole, cioè perfetto

Molti educatori e tanti religiosi scontano lo stesso problema, non capiscono che l’esito dei loro sforzi non dipende dalle parole bensì dal loro comportamento. I primi si lamentano di non essere ascoltati dai ragazzi, i secondi dei giovani che si allontanano e delle chiese vuote che, sparite le generazioni delle persone più avanti negli anni, diventeranno deserte. Ma loro, come afflitti da una coazione a ripetere, invece di tacere, si affidano ancora di più alle parole, peggiorando le cose, nei destinatari e nelle loro vite. 

La frustrazione di chi educa nasce proprio dell’indifferenza a questo principio, per cui si continua con la logica esortativa, ma le parole restano parole se non possiedono correlati comportamentali, diventano scalpelli spuntati, privi di suggestione e di significato. 

Una quindicina di anni fa raccontavo un esempio perfetto di testimonialità vera, ossia di educazione quasi senza parole. 

Mi accingevo a iniziare una conferenza in una cittadina della Bergamasca. Mischiato tra i cittadini c’era anche il parroco, un omone semplice, poco loquace ma, così mi sembrava, molto attento e partecipe delle cose che contano, come appurai dopo la fine del mio lavoro. Mi invitò a bere un caffè e a scambiare due chiacchiere, durante le quali, un certo punto, con sincera commozione, iniziò a raccontarmi il suo dolore per una famiglia di parrocchiani, distrutta da un incidente. Quella mattina, all’alba, un agente della polizia stradale gli aveva suonato alla porta portandogli la notizia e pregandolo di svolgere i passi più penosi. 

Chi mi conosce sa della mia sincera laicità, che non è un giudizio verso la religione, ma la certezza che essa sia un sottoinsieme tra tanti altri, tutti degni di rispetto. 

Eppure, quasi all’una di notte, da solo, in un silenzio senza interferenze, prima di tornare a casa fermai sul sagrato cercando di immaginare quell’abitato senza la chiesetta, senza l’oratorio e senza quel giovane parroco. Una desolazione. Pensai all’agente di polizia, che non avrebbe saputo dove sbattere la testa se non ci fossero state quelle presenze. Il prete, sicuro che toccasse a lui (chi altri, se non al padre di tutti), si caricò sulle spalle il peso degli eventi, facendo l’essenziale, a volte impossibile per noi laici, agendo come la materia oscura, invisibile ma determinante per l’universo. 

Andare a svegliare i fratelli delle vittime, parlare ai vecchi genitori, dire ai bambini superstiti (il racconto delle loro reazioni per me sarà indimenticabile) che mamma, papà e il fratellino di pochi mesi non c’erano più, eseguire il riconoscimento delle salme, talmente malridotte da scoraggiare persino i parenti più stretti. 

Assai più povero, comunque si pensi, il panorama civile italiano senza quelle presenze, senza gli educatori veri, che tengono legati i destini delle collettività. 

Sarebbe opportuno ci facessero un pensiero soprattutto quei sacerdoti e quei vescovi, pochi o tanti che siano, troppo innamorati del potere e per nulla decisi a morire nel solco, che avviliscono e avvizziscono le comunità, con quei piccoli traffici che lacerano le anime e offuscano il senso di un ministero così alto. Sono gli stessi che si lamentano delle chiese vuote. Il monito vale, naturalmente, anche per noi genitori, per gli insegnanti, per chiunque voglia sentirsi educatore ma immagina si tratti di un “mestiere”, scollegato dalla nostra vita. 

Un uomo, un grande religioso, che incontrai in Umbria quando era prossimo alla fine del suo percorso terreno, mi chiese se avessi idea di cosa fa Gesù sulla croce. Davanti alla mia espressione di curiosità, completò il pensiero: “Sta zitto e fermo”.
Un gesto educativo perfetto.

6 pensieri riguardo “Un educatore di poche parole, cioè perfetto

  1. Riflettevo in questi giorni, di riprese delle attività educative nelle quali sono coinvolta, al senso del mio muovermi e anche affannarmi.

    Da ri-flettere prima di ogni pensiero, azione, emozione.

    GRAZIE per queste ‘poche’ parole spiazzanti
    Virna

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    1. Conosco il tuo impegno, cara Virna, a favore di bambini e ragazzi, ma conosco anche la tua vicinanza al modello di educatore di poche parole. Ti ringrazio

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  2. Gentile dottore, ho scoperto solo in questi giorni il suo blog, dopo diversi anni dalla nostra conoscenza. Ascoltare e leggere le sue parole è stato per me un grande regalo. Ho riconosciuto il suo stile inconfondibile, piacevole ed efficace. A proposito dell’ultimo articolo “un educatore di poche parole, cioè perfetto” ho subito pensato al mio stile di moglie e mamma logorroica, che ha però “lavorato” per far seguire alle molte parole, altrettanti comportamenti coerenti.
    Grazie comunque di ricordarci quello che forse già conosciamo, ma che spesso dimentichiamo …

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    1. Carissima Emerenziana, è un piacere ritrovarla, e ricordarle che quando, come nel suo caso, le parole somigliano ai
      comportamenti, non sono mai sprecate. Adesso spero continui a seguire il blog, iscrivendosi. Se l’ha trovato per caso è per conseguenza di una scelta precisa, quella di non diffonderlo attraverso i social media, ma riservarne la fruizione solo a coloro che desiderano riflettere senza seguire le frasi a effetto. La ringrazio per le sue parole e la saluto con affetto, associandola in un abbraccio la sua famiglia.

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  3. Perfettamente d’accordo. Sono senza parole ma piena di riflessioni. Dobbiamo cambiare rotta: troppi osservatori loquaci ( nessuno escluso) e assenti gesti concreti e pratici. Silenzio è azione! Lodevole lezione. Io l’aspetto nella mia scuola. Ci venga ad assolvere!

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