Il peso dell’ambiente familiare nella formazione del mondo interiore dei figli è decisivo. Tuttavia, la famiglia è a sua volta immersa nell’ambiente sociale allargato, da cui incamera stimoli continui che la modellano, senza che ne abbia coscienza. L’ambiente è lo “scalpello” per eccellenza nella formazione degli umani.
In questa cornice un ruolo sempre più decisivo spetta al tempo, piegato ai bisogni di istanze non sempre al servizio dell’interesse della persona e della salute mentale, come possiamo desumere dalle parole che seguono.
“Qualunque cosa sia, inseguitela come abbiamo fatto noi. Correte. Non camminate. Ricordate: correte sia quando sarete a caccia di cibo, sia quando sarete prede”. Anche qui tutto sembra asservito a un’efficienza priva di riferimenti ai compagni di viaggio, puri concorrenti. Si parla di cacciatori e prede. Non sono espressioni di un allenatore di calcio invasato, ma del Ceo del colosso tecnologico mondiale, come Nvidia, che si rivolgeva a degli studenti, contesto che trasformava le sue parole in un impegnativo messaggio pedagogico. Sbagliato.
Nel frattempo, l’accelerazione è aumentata sfasando sempre di più il rapporto tra il tempo e gli eventi, come una tela che viene tirata al massimo procurandoci la sgradevole sensazione che stia per lacerarsi. Il punto è che quella tela, realizzata in pregiato tessuto umano, è dentro di noi, dentro ai nostri figli, e pone la nostra e la loro vita sotto una gigantesca ipoteca.
Se il tempo rallentasse metà degli psicologi perderebbe il lavoro, perché l’accelerazione altera i processi mentali e miete vittime senza posa. Quando è nata la psicoanalisi, i lampioni andavano ancora a gas e ci si spostava con la carrozza a cavalli. È passato poco più di un secolo da allora, quando la velocità, l’ancella più sfacciata del tempo, non aveva ancora imposto la sua signoria e gli studiosi della mente non avevano potuto fare i conti con essa. In fondo anche oggi è così.
Il tempo è il contenitore all’interno del quale si svolge la nostra vita, quella dei bambini e dei ragazzi, ma è una pozzanghera che mai diventerà oceano, ragione per cui potremo collocarvi sempre un numero limitato di eventi. Se continueremo a violare tale rapporto staremo sempre peggio e saremo costretti a farci aiutare, in genere dalla chimica, spesso da sostanze meno ortodosse ma dalla diffusione travolgente, espedienti che chiudono delle falle ma aprono delle voragini.
Questa è la ragione per la quale il consumo di psicofarmaci, negli adulti e quello che è peggio nei minori, in questi anni è aumentato in modo vertiginoso
Noi però ci siamo inventati un trucco per mettere più eventi nella stessa unità di tempo. Accelerare, fare più cose, dando loro meno valore, in definitiva privandole di significato. In questo frullatore abbiamo trascinato anche i bambini e i ragazzi, riempiendo il loro tempo delle cose più disparate e moltiplicando gli stimoli alla riuscita, costringendoli a fare tutto più in fretta, persino a parlare usando un linguaggio povero. Una trentina di anni, fa secondo il CLIEO -Centro Linguista Storica e Teoria Università Firenze- i ragazzi utilizzavano circa ottocento parole vocabolario, il doppio di quelle che avrebbero usato venti anni dopo. Meno parole significa anche pensiero meno complesso, ritorno a schemi elementari, proprio quelli che si utilizzano nell’infanzia. Regressione, insomma.
Chi desidera approfondire, di seguito trova il link
https://tg24.sky.it/lifestyle/2026/06/01/disagio-psichico-tempo-velocita-barrila
sembra ci sia tutto dell’articolo…
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Si, c’è una sintesi ampia. Un caro saluto
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Caro Domenico,
il discorso che lei riferisce francamente mette i brividi perché la corsa solitaria porta a non accorgersi degli altri. È un binario solitario di un treno senza finestrini dove non non è possibile affacciarsi per ammirare la bellezza del paesaggio perdendo per sempre opportunità di crescita. Il problema dell’accelerazione riguarda tutti gli ambiti. La tentazione di ragionare su quantità di azioni e non qualità è reale e chi prova a proporre percorsi di rallentamento non sempre è ben visto. Ricordo una bambina di tre anni che alcuni anni fa chiedeva cosa avrebbe fatto nella giornata dopo la scuola. Ogni giorno attività diverse. Una cognizione del tempo ancora lontana da conquistare ma già allora con la percezione di un tempo riempito dagli adulti. Il tempo lento, per annoiarsi, per inventare, per “stare” in qualcosa è un bene da difendere. La società ci propone un modello performante che rischia di influenzare tutti noi, anche a scuola quando non si sa cogliere per esempio la potenzialità educativa di una domanda spontanea, chiudendo in fretta perché si deve fare altro… Dovremmo fare continue revisioni sul nostro uso del tempo e su come lo facciamo usare ai minori, figli o alunni che siano. Ma anche per fare questo serve fermarsi…prendersi tempo di riflessione…La ringrazio perché anche questo blog, a mio avviso, permette di stare in in pensiero e di osservare un po’ dal finestrino. Con stima
Antonella Alia
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Cara Antonella, in questo spazio di riflessione cerchiamo in effetti di allenare lo sguardo, non solo perché non abbiamo risposte sicure ma soprattutto perché un educatore non può dirsi tale se non acquisisce una forte propensione all’uso degli occhi e dei sensi in generale. L’accelerazione dei processi, di cui si parla nel post, rende ancora più necessario questo atteggiamento, inclinazione a osservare, perché le cose che potrebbero sfuggirci si sono decisamente moltiplicate.
Smarrita questa natura da osservatori, ci rimane solo da sperare che la fortuna ci assista. Un caro saluto
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