Cosa rappresentiamo davvero per i nostri figli. Forse tutto

Un malavitoso mi raccontò dei vani tentativi messi in atto per fare si che i genitori si accorgessero di lui. Esaurite le armi prosociali -a scuola andava malissimo- si rivolse al “lato inutile”, quello antisociale, illudendosi che essere diventato uno stimato malandrino gli avrebbe guadagnato la considerazione del padre e della madre, ottenendo, ovviamente, l’effetto contrario. 

Noi genitori siamo la vera platea dei nostri figli. Anche quando le loro rappresentazioni non ci piacciono o addirittura ci preoccupano, è contrindicato lasciare la poltrona perché l’effetto può essere deflagrante. I ragazzi che sperimentano il peso dell’incapacità si sentono persi, in fondo l’unica vita a loro disposizione sembra compromessa già all’inizio. 

Il rapporto tra i genitori e i figli è la chiave di volta del destino di intere comunità, se un figlio si è sentito poco amato o addirittura respinto, qualcuno ne pagherà il prezzo, oltre al diretto interessato e ai suoi affetti. Se dovessi stabilire dei nessi tra determinati tipi di sofferenze, maturare nella famiglia di origine, e le ideologie politiche degli individui coinvolti in questi quadri, ne troverei di molto precisi. L’infelicità apre prospettive decisamente antisociali, dove è completamente assente il mondo dell’altro, visto quasi sempre come un concorrente nella platea dei “bisognosi” ignorati. Quindi anche votare diventa uno strumento di vendetta.

C’è una vasta coltura dell’inospitalità che affiora da modelli educativi aridi, dove sono mancati nutrienti indispensabili per sviluppare pro-socialità. Nella storia che segue ne troviamo una straordinaria quanto commovente conferma.

“Mio padre è morto quando avevo sei mesi. La mamma me ne parlava spesso perché desiderava che lo tenessi presente dentro di me, ma in realtà era solo un nome, e malgrado i suoi sforzi non mi rimaneva in testa”. 

Era “arrabbiato”, ce l’aveva col mondo, si sentiva vittima di un’ingiustizia e detestava le altre persone. Poi, un giorno, cambiò tutto. La nonna lo prese da parte, quando avevo oramai quindici anni, è gli racconto che poco prima di morire di leucemia, suo padre le aveva lasciato un messaggio per lui. “Marisa, la prego, quando io non ci sarò più si prenda cura di mio figlio, del mio Roberto”.

La svolta fu immediata. “Quelle parole di mio padre, che mi erano giunte attraverso la nonna, mi fecero finalmente sentire l’amore e il radicamento che non avevo mai percepito, neppure nei racconti di mia madre. Fu l’inizio di una storia diversa, il mio rapporto col prossimo mutò radicalmente, avvertivo di essermi avvicinato al mondo e che il mondo si era avvicinato a me”.

È bastato un frammento di padre, per riattivare quella misteriosa forza umanizzante compressa nella figura genitoriale, capace di manifestarsi persino in un momento di disperazione. “Si prenda cura di mio figlio”.

Non cerchiamo alibi, troppe volte ci lasciamo tentare da questa scappatoia, la verità è che i nostri figli ci cercano incessantemente. Ci aspettano persino quando sembrano inferociti e forse sono inferociti proprio perché ci sentono impreparati.

Trovare la combinazione della serratura spetta a noi, ma se ci vedono armeggiare sulla porta con impegno e costanza, alla fine saranno loro stessi ad aprirci. 

Non ci sono dubbi sull’esito, è solo questione di tempo. 

Di seguito il link con l’articolo completo

https://tg24.sky.it/cronaca/2026/06/15/genitori-figli

Rispondi

Il tuo indirizzo e-mail non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *