Il tema dell’individualismo suscita molta resistenza nelle persone. Troppa.
Una resistenza sospetta. Nessuno sembra avere voglia di parlarne. Una persona mi raccontava di avere regalato “Individualisti si cresce” a una parente, giovane madre, ricevendo una risposta secca, “Io non sono individualista”, è la stessa presa di distanza disciolta nei classici “Io non sono omofobo” e “Io non sono razzista”, cui si accompagna di solito una seconda parte, quasi a rafforzare l’affermazione precedente, “Ho molti amici gay”, “Ho diversi amici di colore”. Ci mancherebbe. Precisazioni che nascondono l’imbarazzo che ci invade quando diciamo qualcosa di cui non siamo veramente convinti.
Il nuovo signore del mondo è l’individualismo, il demone che sta mettendo a soqquadro l’intero Pianeta e le vite dei nostri figli. E siamo appena all’inizio, dovremo prepararci a vederne delle belle, gli attuali padroni del mondo non si sono votati da soli e non molleranno fino a quando non avranno lasciato sul Pianeta la loro orma distruttiva.
Per questo ci vergogniamo, perché sappiamo di essere corresponsabili e quando prenderemo pienamente atto della nostra vigliaccheria sarà troppo tardi.
Forse lo è già.
Nel lavoro clinico si tocca con mano questa grave mutazione del nostro Dna, che da specie cooperativa ci sta trasformando in tanti piccoli mostri.
Il 30 di agosto chiuderò un convegno sulla pace, a Fasano, ma non sono ancora sicuro di ciò che voglio dire, spero di non deludere i convegnisti, ma l’umanità con cui avevo cominciato a misurarmi 43 anni fa sembra essere sparita, sono sommerso dalle domande è fatico a trovare risposte. Ieri mi chiedevo come mai i quarantuno ragazzi morti nella discoteca di Crans Montana otto mesi orsono sembrano così diversi dagli ottantasei che sono morti annegati a Ceuta.
La prefazione di “Individualisti si cresce. Come rovini la vita di tuo figlio e di tutti quelli che gli sta attorno”, nasconde una risposta terribile.
“È vitale insegnare a un figlio la differenza incolmabile che passa tra sentire o non sentire chi ci cammina accanto, tra capire o non capire dove sta andando, tra ascoltarne o non ascoltarne le ragioni, quando sono fondate. Senza tali competenze la personalità dei bambini e dei ragazzi non si modellerà mai secondo i principi del sentimento sociale, l’unico ingrediente in grado di bloccare le pressioni dell’individualismo, che ci tenta perennemente con le sue soluzioni facili eppure così rovinose. Il sentimento sociale è la sola arma in mano agli educatori che desiderano vedere la prole annidarsi in profondità nella vita, con rispetto del prossimo, percorrendola dal lato utile.
Il modo in cui si rapporteranno al prossimo parla di loro, ne svela la visione dell’esistenza, li colloca nello spazio in modo preciso, ne registra la distanza dagli esseri umani e dalle altre creature viventi, animali o piante che siano.
Tali atteggiamenti vengono acquisiti in larga parte durante l’infanzia, quando la personalità è una tenerissima creta modellabile. Gli stimoli ricevuti nell’ambiente familiare avranno influenza duratura sulle nostre creature e su quelle che vivono accanto a loro.
L’ambiente educativo contribuisce a determinare la forma del loro mondo interiore, di conseguenza il modo di stare in quello tridimensionale, poi nella dimensione virtuale e, in un domani già presente, nei sempre più sorprendenti ambienti dell’intelligenza artificiale.
Anche il rapporto con la Natura seguirà lo stesso percorso.
Una pedagogia che separa mondi produce risultati contraddittori e incompleti, perché trasmette l’idea che la solidarietà e la compassione possiedano interruttori separati, il cui funzionamento si impara seguendo percorsi completamente diversi.
Maltrattare una pianta e amare un bambino, o viceversa, è un atteggiamento che nasconde una formazione incompleta, che finirà renderci irresponsabili di ciò che accade intorno a noi, anche per questo il Pianeta sta agonizzando, in tutti i suoi fondamentali, e nostro figlio ne è responsabile.
Meno di noi, però, che l’abbiamo educato”.
Non sono iscritto alla lista dei pessimisti, ma temo che ogni ottimista di oggi diventerà, senza che se ne accorga, un semplice sognatore nei giorni a venire.
Il rimedio c’è, ma solo se decidiamo di modificare il modo in cui facciamo le cose. Talmente tanto da sembrare quasi dei matti.