Abusi di soggettività che oscurano i compagni di viaggio

Una quindicina di anni fa era uscito uno libriccino, “Inadeguati non si nasce”, una raccolta di riflessioni brevi in cui raccontavo vicende minime ma cariche di significato. Oggi ve ne propongo una, quella iniziale, per la quale avevo scelto uno strano titolo “Tutti in marcia verso e Termopili”, che poi tanto strano non è, lo appurerete leggendola.

Parlavo della presunzione del tutto fuori luogo, con cui entriamo nella vita delle persone partendo dalla nostra, a parti rovesciate la prenderemmo malissimo.

“Intervenendo a un convegno dedicato alla qualità della vita tra le persone anziane, avevo esordito domandandomi quali fossero le reali dimensioni del pianeta che abitiamo. 

Certo poteva sembrare un quesito da porre a un geografo, ma non era alla circonferenza o alla superficie del nostro mondo che stavo pensando. Volevo piuttosto ricordare che una pensione bassa, insieme a mille altri inconvenienti legati ai bisogni più essenziali, riduce la capacità delle persone di muoversi nello spazio; quindi, la dimensione del pianeta cessa di essere identica per tutti i soggetti e finisce per variare a seconda delle condizioni economiche, culturali e sociali. 

La Terra, dunque, non possiede una dimensione oggettiva. Essa è vasta per alcuni, piuttosto angusta per la maggioranza degli esseri umani. Ovvio, spostarsi implica l’utilizzo di mezzi di trasporto il cui costo è legato alle distanze che dobbiamo coprire. Prendere un aereo diretto in Cina, ad esempio, non è un’operazione compatibile con le risorse di un comune pensionato e neppure con quelle di una famiglia monoreddito, salvo che non si abbiano altre riserve cui attingere.

Ovvio, dicevamo, ma anche iniquo. Quando le finanze sono ridotte o addirittura inesistenti, il pianeta Terra può ridursi alle dimensioni della propria città, del proprio quartiere, della propria casa. Il fenomeno riguarda la quasi totalità degli individui. Coloro che non si spostano mai o quasi mai nel corso della propria vita, rappresentano la stragrande maggioranza del genere umano, sono state queste persone a inventare, in modo del tutto involontario il tormentone dei “chilometri zero”, lo praticano da sempre, anche se nessuno si decide a riconoscere loro il copyright. Oggigiorno è assai più probabile che l’aereo lo prendano un barattolo di metallo prodotto in Corea, un bullone filettato in India oppure una bistecca di manzo delle sconfinate praterie argentine.

La mia premessa era piaciuta al pubblico, ma non era stata molto apprezzata da uno degli altri relatori, noto economista e parlamentare, il quale aveva argomentato in questi termini: “Il mio idolo fin da ragazzo è stato Leonida, il grande guerriero spartano che alla testa di trecento valorosi fermò l’enorme esercito di Serse, re di Persia, al passo delle Termopili. Ebbene io non sono mai stato alle Termopili e non mi sento diminuito per questo. Non è detto che tutti debbano andare dappertutto”. Giusto. Il discorso non faceva una grinza e poi la fonte era autorevole. C’era poco da obiettare. Forse l’economista intendeva dire che si può viaggiare anche con la fantasia, alla portata di tutte le tasche e meno inquinante dei mezzi di trasporto tradizionali. Eppure, mentre lo ascoltavo, nella testa mi si aprivano un paio di autostrade, giusto per rimanere in tema di viaggi, che conducevano proprio dalla parte opposta a quella indicata dal professore.

Mi era venuto in mente, tanto per cominciare, che vi sono persone impossibilitate a viaggiare perché non possiedono risorse e ce ne sono altre che, pure avendone in abbondanza, preferiscono non muoversi, forse per pigrizia, magari per disinteresse, sovente per mancanza di tempo, spesso perché la mamma non vuole o per qualsiasi altra ragione. 

Il risultato finale può apparire il medesimo, tuttavia sappiamo che esiste una bella differenza tra nonvolere fare qualcosa e non poterla fare a causa di un qualsiasi impedimento. 

In occasione di quel convegno, il sottoscritto, come immagino gli altri relatori, aveva viaggiato in prima classe, era stato alloggiato in uno dei migliori alberghi di Roma e, per ripetere delle cose che sapeva a memoria, gli era stata corrisposta una cifra vicina a quella che la maggior parte dei pensionati percepiscono alla fine del mese. 

Questo, a me, all’economista e a tanti altri conferenzieri, accade piuttosto regolarmente e quindi i nostri viaggi alle Termopili ce li facciamo eccome, ma soprattutto a spese degli altri. 

Ora, quando si godono determinati privilegi, si finisce per non percepire più quanto gli stessi siano lontani dalla disponibilità delle persone comuni, per questa ragione il passo successivo è la certezza che per gli altri rinunciare alle Termopili non sia poi la fine del mondo. Insomma, è facile suggerire viaggi virtuali o di fantasia quando noi possiamo permetterci quelli reali e pure gratis.

La seconda autostrada apertasi grazie alle parole del professore riguardava mio padre, che alle “sue” Termopili c’era stato, cambiando per sempre il mio destino. Luciano, giovanissimo soldato, era stato catturato al fronte dagli inglesi, in Africa per l’esattezza, e trasferito per sette anni in un campo di prigionia Oltremanica. Io sono arrivato anni dopo il suo ritorno in Italia, avvenuto nel 1946, eppure quel soggiorno forzoso avrebbe prodotto conseguenze a cascata anche nella mia vita e forse anche in quella di alcune delle persone che l’hanno condivisa.

In quegli anni di prigionia lui, munito di terza elementare, aveva imparato la lingua inglese ma soprattutto aveva preso l’abitudine di leggere il quotidiano, così come faceva il personale del campo. Un’abitudine che, per mia fortuna, mantenne per tutta l’estensione della sua breve esistenza. Così, nel modesto quartiere che abitavamo, la nostra casa era forse l’unica, o una delle poche, dove entrava regolarmente un quotidiano. Io lo sfogliavo pieno di curiosità e imparavo un sacco di cose che i miei coetanei potevano solo sognare perché i loro papà non leggevano il quotidiano. 

Queste circostanze favorevoli, di cui non avevo merito, avrebbero incrementando i miei interessi per le cose del mondo, facilitandomi nel rapporto con la scuola e più in generale con la vita.    

Potersi muovere in spazi sconfinati, vivere in un mondo più vasto, magari conosciuto di prima mano e non solo attraverso servizi giornalistici o documentari, rimodella le nostre emozioni, “apre” opportunità inattese. Credo che quei sette anni passati da mio padre in Inghilterra abbiano impresso una svolta radicale al nostro piccolo mondo. 

Nell’interazione con persone nuove, con un paesaggio sconosciuto, con una località storica mai visitata, con un luogo di spiritualità lontanissimo o addirittura con un campo di prigionia, il mondo interiore trova sorprendenti pretesti per espandere i propri confini, il più delle volte migliorando la nostra esistenza e, non di rado, quella delle collettività. Talvolta, più raramente, peggiorando l’una e l’altra. Un rischio, comunque, limitato e tollerabile” . 

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