La gattina, nata da poco, si era materializzata sul davanzale del mio studio. L’avevo invitata a entrare ma resisteva. Nei giorni successivi qualche crocchetta facilitò le trattative. Nacque un’amicizia che sarebbe durata anni. Gaia, così l’avevo chiamata per via del suo carattere, era un animale indipendente, tutte le mattina la trovavo davanti alla porta ad aspettare che arrivassi, entrava insieme a me, mangiava e beveva poi si stendeva sul divano in anticamente e mi teneva compagnia fino a sera. Una mattina, dopo il rituale dei saluti, come sempre si era avviata verso l’angolino dove tenevo le sue scodelle, ma non aveva toccato cibo, sarebbe stato così per giorni e giorni. Tra i miei pazienti vi era un veterinario, gli chiesi un parere, mi parlò di inappetenza temporanea, un altro credette di vedere sul pavimento le proglottidi della tenia, che mi fece trattare con dei farmaci, ma la situazione non cambiò, fino a quando un giorno, esasperato e preoccupato, presi la scodella, che tenevo in un angolo in penombra e la portai fuori alla luce. Era ancora piena di crocchette ma, soprattutto, di formiche!
Dovremmo domandarci cosa significa tutto questo per noi genitori, credo non sia difficile da stabilire. Se vogliamo imparare a svolgere meglio il nostro compito educativo, dobbiamo partire dalle spiegazioni più semplici, perché i figli sono meno complicati di quello che pensiamo, semmai siamo noi adulti ad esserlo ed è questo che spesso ci impedisce di capirli. Quindi il nostro primo nemico è la tendenza a cercare lontano quello che abbiamo sotto il naso.
Ma c’è un secondo nemico per noi educatori, più insidioso del primo, anche qui ci aiuta una piccola metafora. Per anni avevo svolto un lavoro seminariale per un ente. Ogni terzo martedì del mese arrivavo allo stesso orario, parcheggiavo nello stesso posto e andavo via alla stessa ora. Finché una grande nevicata rese inaccessibili i posti auto e dovetti per necessità parcheggiare in un luogo diverso. Tornai a piedi attraversando vie e piazze di quella città che non mi ero mai preso la briga di visitare, scoprendo luoghi di grande bellezza. Eccolo il nostro secondo nemico. Si chiama abitudine, la stessa che non di rado ci impedisce di vedere quello che c’è di stabile e ciò che sta nascendo nella vita dei nostri figli.
Abitudine significa fissità, staticità, ma ciò che osserviamo nelle loro esistenze è tutto meno che stabile. La loro, infatti, si chiama età evolutiva.
Nel dinamismo di nostro figlio c’è una logica, movimenti che non si svolgono mai a casaccio perché se fosse così sarebbe complicato educarlo. Non si potrebbe correggere alcunché se non vi fosse una trama logica sulla quale intervenire.
Ecco allora un altro compito per noi educatori. Il primo, come abbiamo visto, consiste nel rammentare a noi stessi che non dobbiamo cercare fughe in avanti e spiegazioni astruse, il secondo nel rifiuto di lasciarci intrappolare dalle abitudini.
Prima di appaltarci a degli specialisti, anche bravi, dovremmo giocarci le nostre carte liberi da rigidità e pigrizie, perché sono queste che creano ostacoli alla nostra comprensione. L’altro ieri una mamma mi raccontava del figlio sedicenne che ogni tanto le parla arabo perché alcuni suoi amici lo sono. “Gli dico sempre di smetterla perché mi da fastidio!”. Forse, le avevo suggerito, vorrebbe solo gli dicesse che è stato bravo a imparare quella lingua e magari, con un sorriso, gli proponesse di insegnare qualche parola a lei e a suo marito. Magari per una volta penserebbe di non essere meno intelligente della sorella.
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